Cosa avrei fatto se non avessi mai avuto la sindrome dell'impostore?

Me lo chiedo spesso.

Mi immagino di svegliarmi senza quella voce. Quella voce che mi dice che non sono abbastanza, che ce l'ho fatta solo perché mi hanno aiutato, perché era semplice, perché è stata fortuna. Quella voce che mi ricorda di stare attento, che prima o poi qualcuno si accorgerà che sono un bluff.

Mi immagino di svegliarmi con una fiducia enorme. Quella fiducia che ti fa proporre, fare un passo avanti, accettare le sfide senza aspettare di sentirti pronto.

Se fosse così, cosa avrei fatto fin dall'inizio? Non avrei lasciato quei progetti a metà. Non sarei rimasto fermo davanti a strade percorribili che mi sembravano strettissime e impossibili.

Ma cos'è esattamente questa sindrome?

La sindrome dell'impostore è quella condizione psicologica per cui, nonostante quello che hai fatto o costruito, non riesci a sentirti davvero meritevole. Attribuisci i tuoi successi alla fortuna, al caso, all'aiuto degli altri. E vivi nell'attesa costante che qualcuno se ne accorga.

Non è una rarità. Il 70% delle persone la sperimenta almeno una volta nella vita.

C'è anche una parte sana della sindrome.

Per anni quella sensazione di non essere mai abbastanza mi ha dato una spinta enorme. Il confronto con gli altri, la sensazione che mancasse sempre qualcosa, mi ha motivato a formarmi, studiare, fare percorsi che mi hanno dato tanto.

Quella parte, quella che ti spinge a migliorarti, non è necessariamente il nemico.

Il problema era l'altro 80%.

Perché quella stessa sindrome era diventata una scusa per non uscire mai. Studiavo, mi preparavo, mi formavo. Ma non scendevo mai in campo. La formazione era diventata un rifugio, non un trampolino. E più mi preparavo, più trovavo motivi per aspettare ancora.

Era perfezionismo travestito da preparazione. E mi ha tenuto fermo per anni.

Siamo stati abituati per tutta la vita a guardare le nostre lacune e cercare di colmarle. Le fragilità, i punti deboli, quello che non sappiamo ancora fare. Sempre in quella direzione: sistemare quello che manca.

Ma quasi nessuno ci ha insegnato a guardare i nostri punti di forza e potenziarli. Se proviamo a colmare ogni area debole finiamo per avere sei in tutto, senza eccellere in niente. Se invece investiamo su quello che già siamo, ci distinguiamo per quello che siamo davvero.

Quando non conosciamo le nostre potenzialità e guardiamo solo le lacune, la sindrome dell'impostore trova terreno fertile. Si nutre esattamente di quello spazio vuoto.

Come sto imparando a gestirla.

Non l'ho risolta. Ma ho imparato a starci dentro in modo diverso.

La prima cosa che ho iniziato a fare è riconoscerla senza combatterla. Quando arriva quel pensiero "non sono abbastanza" o "non merito questo", non ci rispondo e non lo combatto. Lo nomino. "Sto sentendo la sindrome dell'impostore." Solo nominarla crea una distanza tra me e il pensiero. E da quella distanza riesco a essere più razionale.

La seconda è tenere un diario dei fatti reali. Le emozioni distorcono la percezione. I fatti no. Ho preso un diario dove inserisco ogni giorno le cose positive che ho fatto, anche quelle minime, e gli do valore. Sono due mesi che lo faccio. Ho scritto tantissime pagine e rileggendole capisco cose di me che altrimenti non avrei mai visto.

Ho scoperto che anche tanti imprenditori che considero "arrivati" sentono ancora questa sensazione. Non è sparita. L'hanno riconosciuta e imparata a gestire.

Forse non sparisce del tutto. Forse non è questo l'obiettivo.

Ritorno alla domanda di partenza. E se mi svegliassi senza sindrome dell'impostore domani? Non succederà. Ma il mio obiettivo è sempre lo stesso: fare un 1% al giorno. Il cambiamento non si vede mentre lo vivi. Si vede quando guardi indietro.

E quando guardo indietro, vedo già più strada di quanta pensassi.

— Fabio Simonetti
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