Mi capita spesso. Ogni volta che sto facendo qualcosa fuori dall'ordinario, qualcosa che mi spinge un po' oltre la mia zona di comfort, la mia testa inizia a generare frasi che mi sabotano.
"Non sono capace." "Ma dove vai." "Fermati, non sei pronto." E la più classica di tutte: "Riprendo tutto quando avrò più tempo."
Quando mi ritrovo a mettere mano su un nuovo progetto, a fare un passo in più in una situazione lavorativa o anche solo in una conversazione, arriva sempre il momento in cui vedo chiaramente cosa potrei fare. E subito dopo, arrivano loro. Quelle frasi. E invece di spingermi avanti, mi bloccano. Mi fanno procrastinare, rimandare, aspettare il momento giusto che non arriva mai.
Ogni fonte che sto leggendo in questo periodo dice la stessa cosa: il momento perfetto non esiste. Esiste solo il presente. E finché restiamo in attesa, il tempo scivola via e quell'autosabotaggio, silenzioso e costante, alla lunga ci fa stare molto male.
Con questo articolo voglio soffermarmi proprio su questo: il riconoscimento e la consapevolezza che si nasconde dietro queste frasi.
Tutte nascono dalla stessa radice.
Tutte queste frasi nascono da una considerazione bassa di me stesso, da una sfiducia nelle mie potenzialità. E dubitando di me, mi comporto di conseguenza, confermando esattamente quello che temevo.
Mi sono reso conto, in questo percorso di consapevolezza, che tendiamo sempre a sopravvalutare il rischio e a sottovalutare quello che siamo e quello che abbiamo già.
Il primo esercizio: scrivere le frasi, senza giudicarle.
Il primo esercizio che ho fatto è stato semplice: ho iniziato a scrivere queste frasi. Ogni volta che durante il giorno mi balzava in testa una di quelle voci frenanti, la annotavo. Senza giudicarla, solo osservarla.
Ho capito che queste frasi, per quanto negative, non nascono per farci del male. Nascono da una paura profonda, un istinto di sopravvivenza che fino a qualche secolo fa era essenziale, ma che oggi, con tutti i comfort che abbiamo, non serve più come allora. Eppure resiste. E vive certe situazioni esattamente come le vivevano i nostri antenati: come minacce da evitare.
L'obiettivo dell'esercizio è scavare sotto quella frase. Trovare la paura che si nasconde dietro la frenata, guardarla, ragionare con lei. Chiedersi: è una paura reale? O è qualcosa che posso, lentamente, superare?
Piccoli passi concreti per rendere la paura più ordinaria.
Dopo aver fatto questo lavoro con me stesso, sono tornato sulla frase che mi torna più spesso: "Lo farò quando sarò pronto." E mi sono chiesto: ma quando sarò pronto? E soprattutto, cosa sto facendo adesso per esserlo?
Da lì, il passo successivo è stato attuare piccoli passi concreti per rendere quella paura più ordinaria, più gestibile. Se ho paura di parlare davanti a 500 persone, il primo passo non è salire su un palco. È gestire un discorso davanti a una persona. Poi due. Poi cinque. Poi dieci.
Con il tempo, la pratica e un metodo, arrivo davanti a quella platea con molta più sicurezza. E magari ancora un po' di paura, ma quella sana, quella che dà la giusta adrenalina.
Questi passaggi saranno il mio esercizio nelle prossime settimane. Capire il vero significato delle emozioni che nascono ogni volta che provo a fare qualcosa in più.
Ho sottolineato il verbo provare perché credo sia uno dei primi, insieme a credere, da togliere dal nostro vocabolario.
"Fare o non fare. Non c'è provare."
— Maestro Yoda