Quando all'esterno tutto sembra a posto ma dentro c'è un vuoto.

C'è stato un periodo della mia vita in cui ogni mattina mi svegliavo e recitavo una parte.

Fuori sorridevo, rispondevo, andavo avanti. Dentro c'era qualcosa che non riuscivo a nominare. Un vuoto silenzioso che aspettava che tornassi a casa per uscire. E ogni sera, chiusa la porta, tornava tutto. Le insicurezze, il malessere, la sensazione di essere fermo mentre il mondo girava.

"Quella sensazione di vuoto nessuno riesce a tirartela fuori." È tua. La porti con te. E impari a nasconderla così bene che dopo un po' non sai più nemmeno tu dove finisce la recita e dove inizi davvero.

Avevo tra i 18 e i 23 anni e un'ambizione enorme. Amavo il mondo delle start-up, l'imprenditoria, l'idea di costruire qualcosa di mio. Non sapevo ancora cosa, ma la voglia c'era. Eccome se c'era.

Il problema era che non riuscivo a trovare la direzione. Cambiavo, provavo, ricominciavo. Un corso, un'idea, un progetto. Poi un altro. Cercavo me stesso a tentativi, sperando che prima o poi qualcosa si incastrasse. Nel frattempo gli anni passavano. E gli altri andavano avanti.

I miei amici trovavano contratti stabili, costruivano qualcosa di concreto, sembravano avere le idee chiare. Io invece ero ancora lì a cercare. A cambiare. A ricominciare.

Fingevo di stare bene. Di essere preparato. Di sapere dove stavo andando. Ma quando tornavo a casa, il vuoto si faceva sentire. E con lui tutte le mie insicurezze.

"Sentivo di rimanere fermo. Di essere incapace. Di non essere specializzato in niente."

E poi c'erano i social. Aprivo il telefono e vedevo persone della mia età che andavano a mille. Aziende avviate, consulenze, successi condivisi con quella leggerezza di chi sembra non aver mai dubitato.

Quella distanza tra quello che vedevo e quello che vivevo era enorme. E più la guardavo, più mi convincevo che il problema fossi io.

Non capivo che stavo confrontando il mio interno con il loro esterno. Quello che loro mostravano era la versione finale, lucida, pronta per essere pubblicata. Non vedevo i dubbi, le notti insonni, i momenti in cui anche loro volevano mollare.

"Vedevo solo il risultato. E mi giudicavo con quello."

Quella sensazione di essere in un tunnel lungo e buio senza vedere via d'uscita l'ho conosciuta bene. E la cosa più pesante non era il tunnel in sé. Era non poterlo dire a nessuno.

Perché fuori ero quello che ce la faceva. Quello con le idee, con l'ambizione, con la voglia di fare. Non potevo essere anche quello che si sentiva perso. Non stava nel personaggio che avevo costruito.

Poi, lentamente, qualcosa è cambiato.

Non è arrivata una svolta. Non c'è stato un momento in cui tutto si è chiarito. È stato un processo lento, fatto di libri letti, di domande fatte a me stesso, di momenti in cui ho iniziato a guardare dentro invece di confrontarmi sempre con fuori.

Ho iniziato a capire chi sono. Cosa conta davvero per me. Dove voglio andare, non dove dovrei andare secondo qualcun altro.

Ho capito anche una cosa su quei momenti di sconforto: costruiscono la pelle dura. Non nel senso che ti induriscono e smetti di sentire. Nel senso che impari a stare dentro le cose difficili senza scappare. Impari che il malessere non è un segnale che sei rotto. È un segnale che qualcosa non va e che vale la pena ascoltarlo.

Qualche mese fa sono tornato in quel tunnel. Un fallimento che non mi aspettavo mi ha riportato esattamente lì. Ma questa volta era diverso. Perché lo riconoscevo. Sapevo cos'era. E sapevo, anche solo per quel piccolo pezzo di consapevolezza costruito negli anni, che aveva un'uscita.

"Non so ancora dove porta. Ma so che c'è."

Se stai leggendo questo e ti riconosci in qualcosa di quello che ho scritto, voglio dirti una cosa sola.

Non sei rotto. Non sei in ritardo. Non sei l'unico a recitare una parte mentre dentro c'è qualcosa che non riesce a stare in silenzio. Sei semplicemente umano. E stai cercando, come ho fatto io, come sto ancora facendo.

Il tunnel non è per sempre. Ma non si esce fingendo che non esista.

— Fabio Simonetti
Se quello che hai letto ti riguarda

Parliamone in 30 minuti.

Una conversazione gratuita per capire insieme cosa ti blocca e se posso aiutarti. Nessuna pressione, nessun impegno.

Prenota la sessione gratuita →

oppure scrivimi a taominditaly@gmail.com