"I soldi fanno la felicità." Lo pensavo anch'io.

Se avessi guadagnato di più, avrei avuto più libertà. Meno ansia. Più tempo per fare le cose che volevo. Sarei stato, finalmente, a posto.

E nel frattempo cercavo quella sensazione in altri modi. Un acquisto impulsivo quando ero stanco. Una serata fuori quando mi sentivo giù. Qualcosa da ordinare, da guardare, da consumare per riempire quello spazio che non riuscivo a nominare. Funzionava. Per qualche ora. Poi tornava tutto come prima, spesso con un senso di vuoto ancora più netto.

Non capivo perché.

Poi ho letto qualcosa nel libro 86400 di Luca Mazzucchelli che ha messo a fuoco una cosa che sentivo ma non riuscivo a vedere.

Esistono due tipi di felicità. E stavo inseguendo quella sbagliata.

La prima si chiama felicità edonica. È la felicità del piacere immediato. La pizza del venerdì sera, lo shopping impulsivo, la serie guardata fino alle due di notte. Non è falsa. È reale. Ma è come comprare un mazzo di tulipani: bellissimi, colorati, appassiti in dieci giorni.

La seconda si chiama felicità eudaimonica. È quella che nasce quando fai qualcosa che ha senso per te. Quando impari, quando costruisci, quando aiuti qualcuno, quando fai una cosa difficile che rispecchia chi vuoi essere. È la lavanda: vuole cura, vuole tempo, vuole fatica. Ma una pianta di lavanda vive vent'anni.

Il paradosso che Luca descrive è questo: più inseguiamo la prima, più ci allontaniamo dalla seconda. E io lo stavo facendo da anni senza rendermene conto.

Stavo usando il piacere immediato non per goderne davvero, ma per coprire qualcosa. La mancanza di direzione. La sensazione di non stare costruendo niente di reale. L'ansia di fondo che nessun acquisto riusciva a far tacere per più di qualche ora.

La scienza su questo è precisa. Daniel Kahneman, premio Nobel per l'economia, ha dimostrato che la felicità quotidiana cresce con il reddito, ma si stabilizza una volta soddisfatti i bisogni di base. I soldi risolvono lo stress della mancanza. Non costruiscono una vita con significato.

Quello lo costruisci tu. Con le scelte di ogni giorno.

Luca propone una regola semplice: non più del 25% del tuo tempo verso il piacere immediato. Il restante 75% verso cose che abbiano un senso profondo per te.

Non significa rinunciare al piacere. Significa smettere di usarlo come unico rifugio.

Quando ho iniziato a chiedermi onestamente come stavo distribuendo il mio tempo, la risposta non era confortante. Stavo dedicando la maggior parte delle mie energie a cose che mi facevano stare bene solo per qualche ora. Le cose che mi importavano davvero, quelle che richiedevano sforzo e costruivano qualcosa, le rimandavo sempre.

Stavo accumulando tulipani. Nessuna lavanda.

Quello che ha cambiato qualcosa in me non è stato un grande cambiamento. È stata una domanda sola, portata avanti ogni giorno per qualche settimana:

Questa cosa che sto per fare mi dà piacere immediato o mi porta verso chi voglio essere?

Non sempre la risposta cambiava quello che facevo. Ma iniziavo a farlo con più consapevolezza. E quella consapevolezza, piano piano, ha spostato qualcosa.

Prova anche tu questa settimana. Scegli una cosa sola che rimandi da tempo perché è difficile, perché richiede sforzo, perché non ti dà gratificazione immediata. Falla. Anche solo per venti minuti.

Non per diventare più produttivo. Per sentire la differenza tra un tulipano e una pianta di lavanda. Quella differenza, una volta sentita, non si dimentica.

— Fabio Simonetti
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