Per anni ho fatto una cosa che sembrava produttività ma non lo era. Mi muovevo tanto. Avevo sempre qualcosa da fare, qualcosa in testa, qualcosa in cantiere. Ma quando mi fermavo e guardavo indietro, capivo che non mi ero mosso di un centimetro nella direzione che contava. Mi sentivo bloccato dentro il movimento. Giravo in tondo con energia, senza una rotta.
Il problema non era la voglia. Era che andavo a braccio, improvvisando. E improvvisare funziona per una settimana, forse due. Poi l'entusiasmo va scemando, il filo si perde, e ci si ritrova al punto di partenza.
A novembre ho iniziato un percorso di crescita e una delle prime cose che ho imparato è stata questa:
Fermarsi per progettare non è tempo perso. È il tempo che rende utile tutto il resto.
Dividere l'anno in trimestri.
La prima cosa che ho cambiato è il modo in cui guardo l'anno. Avere un obiettivo con scadenza a dicembre è quasi inutile. Il tempo è così lungo che il cervello non sente urgenza. Si rimanda. Si rimanda ancora. E a novembre ci si ritrova nello stesso posto dell'anno prima.
La svolta è stata dividere l'anno in trimestri: quattro obiettivi, quattro scadenze da 12 settimane. Quando la scadenza è vicina, qualcosa si attiva. I piedi iniziano a muoversi.
Se l'obiettivo è troppo grande per 12 settimane, lo si spezza. Il mio obiettivo principale per il 2026 era diventare coach e iniziare a lavorare con le persone. Non era raggiungibile in un trimestre. Allora l'ho diviso in tre:
Primo trimestre: informarmi sui corsi migliori a Roma, leggere il più possibile per costruire una base solida.
Secondo trimestre: iniziare il corso.
Terzo trimestre: prime sessioni con le prime persone da allenare.
Ogni trimestre ha un compito preciso. Ogni settimana ha i suoi passi.
10 minuti la domenica sera.
La domenica sera mi prendo 10 minuti. Solo 10. Guardo la settimana che è passata: cosa ho imparato, cosa ho raggiunto, cosa voglio annotare. Poi guardo quella che arriva: gli impegni fissi, lo spazio che ho e gli obiettivi che posso raggiungere in quel margine.
Non mi chiedo cosa voglio fare in astratto. Mi chiedo cosa posso fare concretamente, con il tempo che ho davvero.
Il cervello preferisce azioni semplici e immediate piuttosto che azioni difficili che richiedono uno sforzo cognitivo. Questo cambia tutto. Ecco com'era strutturata la mia quarta settimana del secondo trimestre:
Perché quando la settimana inizia, so già dove sto andando. Non improvviso. Non decido al momento. Seguo un percorso che ho scelto a mente fredda, quando ero lucido.
E ogni domenica, barrare gli obiettivi raggiunti mi dà qualcosa che non mi aspettavo: soddisfazione vera. Non la soddisfazione di aver fatto tanto, ma di aver fatto la cosa giusta.
L'ho presa come un gioco. Una sfida con me stesso, settimana dopo settimana. Da quando ho iniziato, procrastino meno. Non perché sia diventato improvvisamente disciplinato, ma perché so sempre qual è il passo successivo. E fare un passo piccolo è sempre più semplice che guardare una montagna intera.
10 minuti la domenica sera. Forse è davvero tutto quello che serve per smettere di girare in tondo.
Prova questa domenica: prendi un foglio, scrivi tre cose che vuoi raggiungere nella settimana che arriva. Non grandi traguardi. Tre passi piccoli, concreti, fattibili. E vedi come cambia il lunedì mattina.