Non ti parlerò dall'alto.
Ho 28 anni, sono romano. Non è stata una linea dritta: ho studiato economia e marketing, ho lavorato nel cinema, sono stato dipendente, ho aperto un'azienda e sono stato freelance, prima di trovare la mia direzione nel coaching. In ognuna di quelle fasi mi mancava sempre la stessa cosa: una direzione che sentissi davvero mia.
Quello che mi rende utile non è la lista di quello che ho fatto. È che conosco dall'interno lo schema che ritrovo in quasi tutte le persone con cui lavoro: paura del giudizio che diventa perfezionismo, che diventa rimandare, che diventa senso di colpa. O anche la mancanza di direzione. Lo conosco nelle tensioni muscolari. Nell'insonnia.
Quello che avevo, senza saperlo nominare, era una propensione che mi porto dietro da sempre: stare accanto alle persone nei momenti in cui hanno bisogno, e aiutarle a capire cosa sia giusto per loro, non cosa lo sia per me. Ci ho messo anni a vederla per quello che era. È stato il mio percorso di coaching, con il mio coach, a farmelo capire davvero: quell'amore per l'altro che mi guidava senza che me ne accorgessi, l'ho trasformato in un mestiere. Nel 2026 ho preso l'attestato di coach umanistico.
Il coach non ti dà le risposte. Ti allena a trovarle. L'esperto della tua vita sei tu. Cammino con te finché non hai più bisogno di me. Oggi allenare qualcuno a superare un blocco e trovare la propria direzione non è solo un lavoro che do: è qualcosa che ricevo indietro, ogni volta.